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Lastre di metallo arrugginito, non trattate né corrette: la loro superficie è il risultato di un lavoro che l'artista ha affidato al tempo. Ogni piano racconta una stratificazione — ossidazioni che si sono depositate strato su strato, texture scavate dalla pioggia che ha eroso e ridisegnato il ferro goccia dopo goccia, macchie e venature che nessuna mano avrebbe potuto pianificare.
L'opera si pone come collaborazione silenziosa tra l'intervento umano e gli agenti atmosferici: la ruggine diventa colore, la corrosione diventa disegno, il degrado diventa composizione. Il metallo, materiale nato per la resistenza e la funzione, viene qui restituito al suo destino naturale di trasformazione e decadimento, mostrando come anche ciò che è industriale e artificiale finisca per essere riassorbito dai cicli della natura.
Le superfici arrugginite come paesaggi in miniatura dove ogni imperfezione è traccia di un tempo trascorso all'aperto, esposto agli elementi. L'artista seleziona e compone questi piani non per correggerne l'aspetto, ma per esaltarne la casualità organica, mettendo in dialogo il rigore geometrico della lastra con l'imprevedibilità del processo naturale che l'ha trasformata

Qui il gesto diventa più violento e industriale: non crescita organica ma deformazione forzata, oggetti che perdono la loro funzione originaria per diventare altro.
Oggetto riconoscibile nella forma di partenza (una latta, un utensile, una parte di macchina) così che lo spettatore vede sia cosa era sia cosa è diventato. Il "prima" resta leggibile sotto la deformazione.
Compressione come linguaggio: la pressione fisica come gesto compositivo vero e proprio, non solo tecnica - quanto più schiacci, tanto più il concetto figurativo emerge (tipo Chamberlain con le lamiere di auto, o César con le compressioni).

































