ACQUA | FLUSSI
Il colore non si posa: scorre, cerca la sua china come acqua che ha fretta di diventare fiume. Sulla carta si aprono bacini improvvisi, delta che si ramificano in capillari sempre più sottili, fino a sfumare in un nulla trasparente ai margini del foglio.
Ogni goccia porta con sé una memoria di terra: qui un blu ossidato si stende come un altopiano bruciato dal sole, là un giallo profondo scava un cratere che pare avere una vertigine propria, un centro che risucchia lo sguardo. I pigmenti non stanno fermi nei loro confini — si mescolano ai bordi, negoziano territori, creano coste indecise tra un colore e l'altro, come vere linee di costa che il mare ridisegna ogni notte.
Non sono paesaggi che si riconoscono, ma paesaggi che si sentono: la sensazione di sorvolare un pianeta sconosciuto, di leggere una mappa che nessun cartografo ha mai tracciato perché non risponde a nessuna latitudine reale. Sono terre emotive, ricamate non con ago e filo ma con la fisica stessa del liquido che si asciuga — increspature che restano come cicatrici gentili, aloni che segnano dove l'acqua ha esitato prima di ritirarsi.
È un cartografare l'incontrollabile: lasciare che il colore trovi la propria strada e poi, solo alla fine, riconoscere in quel percorso caotico qualcosa che assomiglia - misteriosamente - a un mondo.
























